RECENSIONE: La grande storia della guerra di Gastone Breccia

Un testo che pone grandi domande… Forse non si troveranno risposte definitive, ma il saggio ha il grande merito di trattare temi complessi, non solo in forma piacevole per il lettore ma comprensibile anche per il neofita.

Le domande, o meglio i temi affrontati, sono cinque, a cui è dedicato un capitolo del libro.

Perché si fa la guerra
Le motivazioni individuali e collettive che spingono gli uomini e gli Stati a combattersi tra loro.

Come si fa la guerra
Strategia e tattica, armamenti, logistica, pianificazione ed esecuzione delle manovre, battaglie decisive o guerra d’attrito: le molte vie verso la vittoria.

Dove e quando si fa la guerra
Le stagioni e gli orizzonti sempre più vasti dei conflitti: dai rigori dell’inverno alle insidie della notte, dalle montagne più inaccessibili alle isole e ai deserti.

La guerra degli uomini
L’esperienza del combattimento e la difficoltà di descrivere il vero “volto della battaglia”.

Il presente e il futuro della guerra
Un mondo senza certezze: l’arte della guerra nel XXI secolo.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: 1944-1945 Il crollo finale della Wehrmacht (vol. II) di Robert M. Citino

Per gli amanti del genere, ecco a voi il secondo volume dell’opera di Robert M. Citino.

Nel primo tomo ci si era fermati all’estate 1944 e nel secondo volume dell’opera ci si muove dall’estate del 1944 e dalla difficile ritirata della Wehrmacht, sia rispetto al fronte orientale che a quello occidentale, per seguire la resistenza tedesca sulla linea Sigfrido e l’offensiva delle Ardenne, passando poi al 1945 e alla penetrazione degli Alleati nella Ruhr, alla campagna Vistola-Oder e alla battaglia di Berlino. Citino riesce abilmente a dar conto della visione tedesca di quegli ultimi anni di guerra, in un quadro che tratteggia le sfumature della storia militare della Wehrmacht nel contesto del pensiero strategico della Seconda guerra mondiale.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: Moneta e civilità mediterranea di Carlo M. Cipolla

Perché nel Medioevo un libro di giurisprudenza costava quanto due mucche? E come mai dalla lontana Cina si importavano solo sete e beni di lusso, piuttosto che beni di consumo come accade ai nostri giorni?

L’affabile Cipolla ci conduce per mano, rispondendo a queste “strane” domande. Dapprima, traccia la storia del denaro nell’alto Medioevo, in cui prevaleva il pagamento in natura e la moneta era un mezzo di scambio al pari di qualsiasi altra merce; in seguito, illustra l’emergere delle monete a circolazione internazionale – il nòmisma bizantino, il dinar arabo, il fiorino, il ducato veneziano – cui si affiancava una «moneta piccola» per le transazioni della vita quotidiana. Infine, mette a fuoco il curioso caso delle «monete fantasma», usate nella contabilità ma prive di un corrispettivo reale. Per concludere, ricorrendo all’esempio del costo dei trasporti, dei libri e del denaro, insegna a intendere il valore relativo dei prezzi e cosa essi dicano delle condizioni di una società.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: Conquistadores, pirati, mercatanti di Carlo M. Cipolla

“Pezzo da otto!!”, una delle espressioni preferite del pappagallo Flint, inseparabile compagno di Long John Silver, uno dei principali personaggi de L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson.

Ma che cosa c’entra questo ricordo di letture infantili con la storia dell’economia?

A partire dalla metà del Cinquecento, una marea di argento proveniente dalle colonie americane, soprattutto Messico e Perù, prese a riversarsi sulla Spagna e poi sull’Europa.

Il metallo prezioso viaggiò incessantemente da Occidente verso Oriente in pagamento delle merci orientali appetite dagli europei, le quali compivano l’itinerario inverso. Dalla Turchia alla Persia, all’India, alla lontana Cina: fu una rozza e pesante moneta d’argento, il real de a ocho (i “pezzi da otto” del romanzo di Stevenson), a far funzionare il sistema di questo commercio su scala mondiale.

Lo stesso argento servì alla Spagna, che improvvisamente divenne potenza monetaria ma che continuava a essere debole come potenza economica e produttiva, per acquistare all’estero i beni richiesti sia dal mercato interno che da quello delle sue colonie d’oltremare.

Insomma, Il grosso e pesante monetone d’argento del valore di otto reales è stato per almeno due secoli la moneta per antonomasia, la moneta internazionale accettata da tutti, come più tardi lo sarà la sterlina e poi il dollaro.

Cipolla, con la sua insuperabile maestria, racconta come sia potuto accadere questo, prendendo le mosse dal consolidamento dell’impero coloniale spagnolo e dal precoce sfruttamento delle miniere d’argento americane, che assicurò alla Spagna una ricchezza immensa.

Si può dire che il viaggio attorno al mondo dell’argento americano è un’immagine pertinente per descrivere l’economia internazionale dell’età moderna.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE DOPPIA: Vae Victis! Roma davanti alla sconfitta di Mathieu Engerbeaud + Il potere del mito (LIMES, ed. Febbraio 2020)

Talvolta associare due opere ci permette di riflettere e di ragionare su tematiche complesse in modo migliore.

È quello che vi proponiamo con questa “recensione doppia”: due volumi da leggersi “in contemporanea”, per chiarirsi le idee su una questione di non poco conto: quanto incide il “mito” nella costruzione di una nazione, di un impero, di uno stato?

Si può partire dai fondamentali, con il volume di Mathieu Engerbeaud su come il racconto della storia di Roma, effettuata dagli storici del periodo imperiale, abbia trattato il tema delle sconfitte militari (ricordate le interrogazioni alle medie sulle Forche Caudine o sulle oche del Campidoglio?).

Un’analisi accurata, talvolta quasi pedante, che ci prende per mano e ci porta a conclusioni che possono apparire incredibili: anche la sconfitta militare può contribuire alla costruzione di un mito politico imperiale basato sulla grandezza e l’invincibilità.

Il quaderno di Limes ci porta ai giorni nostri, nel senso di età contemporanea, affrontando lo stesso tema: il mito.

Ogni comunità, che aspiri ad assumere un ruolo centrale sullo scacchiere geopolitico mondiale, plasma la propria identità secondo una precisa idea di se stessa, un determinato racconto. A tal fine, le collettività adattano le proprie tradizioni, saldandole nella memoria, organizzando e razionalizzandone il culto. Le maggiori potenze sono tali perché curano il fondamento mitico della loro identità per farsi soggetti geopolitici. Creano il mito per trarne il proprio scopo, la propria strategia. Usano la storia per proiettarvisi dentro. L’auto-legittimazione del proprio credo diviene così metro per misurarne il progresso o il declino. Questi i temi del numero di Limes.

Buona lettura abbinata!

Disponibili presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: Il turco alla porta (LIMES)

Ed. Luglio 2020

Questo numero di Limes è incentrato sulla strategia imperiale della Turchia e sul suo impatto sugli interessi nazionali dell’Italia.

Infatti, oggi la Turchia sta provando a recuperare una dimensione persa con la fine dell’Impero ottomano a seguito della Prima guerra mondiale.

Questo “ritorno di potenza” passa innanzitutto attraverso la proiezione marittima nel Mediterraneo orientale e nel Levante.

Dietro al disegno strategico perseguito attualmente da Ankara c’è la teoria della “Mavi Vatan”, la “Patria Blu”, concepita dall’ammiraglio Cem Gürdeniz (intervistato in questo numero) e fondata sulla riconquista del mare.

Una “riconquista” che ha avuto un’accelerazione in questi mesi, grazie all’accordo sulla delimitazione della ZEE marittima tra Turchia e governo libico, accordo che è uno dei “ritorni” avuti da Ankara per il suo appoggio militare al governo di Tripoli.

Le conseguenze di questo atteggiamento neo-ottomano da parte della Turchia si sono viste in questi mesi: dal confronto “hard” con le marine militari francese e greca, all’ipotesi sempre più concreta di una base militare navale turca in territorio libico.

Dimensione che trova lungo tutto il periplo mediterraneo-levantino più nemici che alleati.

All’Italia il compito di capire il modo di pensare e fare i conti con il modo di agire turco.

Dai Balcani al Nord Africa, il nostro paese negli ultimi decenni ha perso il proprio estero vicino e ha oggi una proiezione di potenza pressoché nulla. Nel numero si ripercorrono le tappe di questa disfatta e si riflette sulla forma che prenderebbe un eventuale compromesso con Ankara, soprattutto in Libia.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: Venezia, offensiva in Italia di Federico Moro

Può un saggio storico essere “avvincente”?

Sì, può accadere, e questo volume ne è la prova provata.

Preparatevi a un percorso, degno di una spy story di Le Carré, attraverso i conflitti tra le varie signorie italiane, il  papato, i regni spagnolo e francese, l’espansione ottomana, il Sacro Romano Impero che si appresta a divenire Impero austriaco.

Il periodo storico è dei più complessi: la pace di Torino, che mette fine alla guerra di Chioggia nel 1381, vede Venezia in ginocchio: è stremata sotto il profilo umano, finanziario e militare e ha dovuto subire gravi amputazioni territoriali.

Lo Stato da mar, però, le è rimasto fedele. In breve, la Repubblica recupera forza economica e politica. Nel 1402, la simultanea scomparsa del padisa ottomano, Bayazed I, e del duca di Milano, Gian Galeazzo Visconti, le offre un’incredibile opportunità: può diventare egemone sia nel Levante che in Italia, evento in grado di trasformarla nell’unica superpotenza mediterranea.

Sono le premesse di un secolo di conflitti durante i quali la Serenissima conquista Veneto e Friuli, si espande in Lombardia, Trentino, Romagna, Puglia, valle dell’Arno e sembra poter unificare la penisola. Un obiettivo che Venezia fallisce, per miopia politica e forse per eccessiva attenzione agli “sghei” cumulabili nell’immediato.

L’insuccesso, proprio mentre l’Impero Ottomano è in pieno sviluppo, scatena il primo grande conflitto europeo del Cinquecento, la guerra della lega di Cambrai. Allora sarà Venezia nella tempesta.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: I dieci millenni dimenticati che hanno cambiato la storia di Jean-Paul Demoule

Per il 99% della sua storia, la specie umana ha cacciato, pescato e raccolto.

È giusto da “ieri”, dodicimila anni fa, che gli uomini, poche centinaia di migliaia di nomadi, isolati in piccoli gruppi, “inventano” l’agricoltura, l’allevamento e l’arte.

Ora stiamo per diventare nove miliardi e quasi tutti sedentari.

La società che abbiamo costruito è oggi molto diseguale, poiché circa 1,1% possiede la metà della ricchezza mondiale.

Come siamo arrivati fin qui? Cosa è successo in questi dieci millenni, troppo spesso assenti nel nostro bagaglio culturale?

Grazie ad agricoltura e allevamento, la popolazione umana è cresciuta rapidamente, ha preso il controllo del pianeta e ha eliminato un gran numero di specie biologiche.

La continua espansione demografica ha portato alla creazione delle prime città, dei primi Stati e, infine, della scrittura e della storia.

Questa “rivoluzione neolitica” ha visto l’introduzione di pratiche che esistono ancora oggi: lavoro, guerra e religione.

Ma i nostri antenati neolitici erano consapevoli delle contraddizioni che stavano crescendo insieme a loro? Ed è vero che questi cambiamenti sono sempre stati ben accetti dalle popolazioni neolitiche?

Jean-Paul Demoule, archeologo e appassionato divulgatore, propone una nuova visione della preistoria e della nostra relazione con il mondo così com’è, o come potrebbe essere, descrivendo nel dettaglio, ma senza annoiare il lettore, le scoperte archeologiche meno conosciute.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene

RECENSIONE: Geopolitica dell’Impero romano di Yann Le Bohec

L’Impero romano aveva una sensibilità geopolitica? Ovvero in qualche modo “programmò” la sua espansione e il suo mantenimento sulla base di scelte strategiche, derivanti dal territorio e dai confinanti, oppure spesso e volentieri adottò scelte pragmatiche e derivanti da scelte politiche cogenti?

E infine come fu possibile la costruzione e il mantenimento secolare di un impero che annoverava popoli diversissimi, frontiere estese lungo 17.000 chilometri, e la cui sicurezza era fornita solo da una trentina di legioni che, con i loro ausiliari, arrivavano appena a 250.000 uomini?

Quest’opera analizza le condizioni politiche, militari, economiche e ideologiche che permisero a una piccola città del Lazio d’imporsi all’Italia e all’intero bacino del Mediterraneo.

Lo studio consente di comprendere come, secolo dopo secolo, il pragmatismo di generali e imperatori permise loro di impiegare al meglio i mezzi di cui disponevano e di sfruttare le più varie condizioni geografiche che si presentarono sui diversi scenari, assicurando l’espansione e la difesa territoriale.

Dalle guerre puniche alle invasioni barbariche, passando per gli scontri contro Germani o Persiani, e per la difesa degli pseudo-limes, quest’opera ci offre un’appassionante percorso di scoperta delle ragioni che permisero a Roma di imporsi al mondo conosciuto.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: Agrippa, il braccio destro di Augusto di Lindsay Powell

Per chi visita Roma, un giro in giro al Pantheon è atto dovuto: potrà così ammirare il monumento costruito dall’imperatore Adriano, intorno al 120 D.C., e notare che sul frontone vi è la scritta «Marcus Agrippa, Lucii filius, consul tertium fecit», ovvero «Lo costruì Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta».

Ma come, non l’ha edificato Adriano? Certamente, ma il Pantheon originario, una struttura ben diversa da quella che visitiamo oggi, fu edificato nel 27 A.C. (ovvero 150 anni prima dell’edificio adrianeo) da questo per certi versi oscuro personaggio.

Oscuro, eppure un imperatore, 150 anni dopo, ritenne opportuno ricordare che l’idea originaria non era sua, bensì di questo cittadino romano, oltretutto di origini abbastanza modeste.

Chi era Marco Agrippa?

Marco Agrippa fu la personificazione dell’espressione “braccio destro”.

Come uomo di fiducia, e intimo amico, di Augusto condusse guerre, pacificò province, adornò Roma e giocò un ruolo cruciale nello stabilire la Pax Romana dei successivi due secoli: tutto ciò nella consapevolezza che non avrebbe mai governato di persona.

Per secoli gli storici si sono interrogati sulla sua apparente mancanza di ambizione, sul rapporto di amicizia che dalla giovinezza lo legò a Caio Ottavio, nipote di Cesare.

Già dalla lotta contro i cesaricidi Agrippa si rivelò necessario per la vendetta di Ottaviano, acquisendo la reputazione di ottimo ammiraglio nella lotta contro Sesto Pompeo e nell’epica battaglia di Azio, che segnò la fine di Marco Antonio e Cleopatra nel 31 a.C. Condusse le legioni nel Bosforo Cimmerio, in Gallia e in Illiria.

Sempre in Gallia, Agrippa estese la rete viaria abbozzata da Cesare, in Giudea consolidò i rapporti con Erode e stabilizzò la regione. Si occupò del restauro di Roma e di vitali opere pubbliche.

Agrippa fu insomma un alter ego dell’imperatore, che gli diede in sposa la figlia Giulia e adottò i tre figli della coppia, sperando di farne eredi al trono.

La morte precoce di Agrippa il 12 d.C. privò Augusto del suo miglior collaboratore, ma il sangue di Agrippa continuò a scorrere nelle vene di esponenti della dinastia più ambiziosi, come Caligola e Nerone.

Ammiraglio, generale, diplomatico, urbanista, fine politico: Agrippa è un personaggio di cui vale la pena conoscere la vita.

Unico neo dell’opera: armatevi di santa pazienza nella lettura… Chi si è occupato della traduzione in italiano ha fatto un pessimo lavoro.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.